Io Mia Donna

Ph. Marina Abramovic

Ph. Marina Abramovic

Come donare il volto al mondo!
Marcio sulle gambe, nel vocio del fango,
sui riflessi, nella luce dei lampioni;
sono slancio contro corrente.

Per ogni vertigine solitaria,
un sorso indietro
… e mi allontano.

Salto dopo salto, è una capriola, un sussulto!

Ma fu tremore prima della fioritura …

Odori e spettri uggiosi placano la vorticosa
fuga in questo mio cerchio chiuso.

Oh fossi così bella anche per te che non esisti!

Mani d’acciaio! Senza labbra mi bacerò nell’acqua …
Roboante l’alba che risorge per mano
di silenti memorie, ormai di ruggine imbandite.

Come donare il volto al mondo!

Prima dell’amore nella carne!
… danno ai popoli ed inganno.
Solco la distanza del bianco fiore sconosciuto.

Solo echi di vita che gridano rivalsa e intanto,
tra le candide sponde … con gagliardo passo,
Procedo! mai più sposa,
un cane affamato,
Procedo! con lo stendardo
per ogni desiderio di bava imbrattato,
da proiettili di tempo risparmiato,
con fremito dolce e lieve
nelle mie perle d’argento,

Uno sguardo adornato come Cristo,
ad ogni mia spina una sorgente …
Chi mi guida? – Io Mia Donna …
e la tua bocca aperta al tempo.

© Annarita Borrelli

Dono

Photo Tim Walker

Photo Tim Walker

Lieve riposo dell’ombra
su calde malie.
Resterò poeta amante e folle
per aprir tuo cuor ed intelletto!

Impegnerai la spada e
non la penna!… per disegnare il
tratto delle cavità ideali!
E per orgoglio brucerà la lingua
ad ogni lato, prima di posar i palmi
su setosi palpiti di rubino.

Precipitero’ e gettero’ via
tutti i rotoli dei versi e dei pensieri!
Per ammaliare l’amore e non le idee …

Invocheremo il tuo nome!
Cercatore, temerario, tentatore!
Con astute vele su stabili moli!
Una corsa nel vento
per gli ebbri, lieti crepuscolari …
adescati dai flauti, verso
ogni tortuoso abisso!

E tu indovino senza
desiderio dedurre!
Quando sarai a metà strada
verso la torre, apri questi pugni!

La frescura delle tue labbra io anelo!
Lama, luce che fende
sulla mia terra! …

© Annarita Borrelli

No eyes

Photo Denise Grunstein

Photo Denise Grunstein

E non riposerai al caldo delle sere …
non è la mia prima carezza!
…questa severa ruvida tristezza …

Conto in silenzio, senza segreto
né gelosia, contro di te che
allontani sabbia che cade …
Non gioco più! Non ti freno!
Sopporta i viali tristi notturni!

Dai pioppi fiorirà l’aurora
ed il tuo vacuo sorriso, infame
trappola per ciechi e sordi!

Avrei implorato! … dinanzi al tocco dei
Vespri! … per la tua lingua al basso!

Eppur qui corre oziosa
insenatura e desiderio!
Un prigioniero di orbite rossicce …
Oh tu! Mi bacerai le labbra, calda brace!
E mi Seppellirai! E tuonerai!
… scalzo nel delirio dei baci
della mezzanotte …
Oh mondo terribile, dannato!
Fuggi leggenda tempestosa!
Lasciami al crepuscolo e cadi
benda variopinta!
Suderai porpora sulla neve …

© Annarita Borrelli

No!

Siria, due anni di conflitto

Pena
Rinascita
Concorrenza

Incendierà la città!
cercherà nelle tasche del declino!
schiaccerà le mandrie nelle cattedrali
per il ribollire delle bianche carni!

Nei suoi occhi stretti,
urlo feroce, barbaro fratello!
Onori nella battaglia!
Inchinati alla pace!

Pena
Rinascita
Concorrenza

Vestirai il volto col piombo!

Voi siete milioni! E noi … ancor per cent’anni,
perdoneremo le offese?
Oh vecchio mirabile mondo!
Ali di sciagura …

Arretra!
Lenisci le sere!
Non mi saziare!

Un corvo, mia cura, sulla torre
del campanile, ascolterà il sibilo delle bare
di bronzo. Crepito lieve! Asciugherai la saliva
per mai più goder di porpora confusa.

Aprite le cantine! Che goda povertà!
Serrate le sale!
Siamo martiri per un granello di pane …

© Annarita Borrelli

L’arte ci racconta il mondo fluò – da un concept artistico di Caterina Arena e Salvatore Cammilleri: Homologazione

Selfie Performance da Homologazione - Salvatore Cammilleri e Caterina Arena

Selfie Performance da Homologazione – Salvatore Cammilleri e Caterina Arena

Siamo vittime dei marinai che scalpitano a suon di Gin nelle bettole dei piccoli porti. L’uomo ed i suoi errori storici, le sue distorsioni, gli enigmi, le duplicazioni! E’ lì dinanzi alla scoperta dell’autoritratto elettronico; porzione singola, usa e getta, è un selfie omologato a due soggetti: l’uomo stesso e le “ali della libertà”.
In un contesto storico-culturale in cui sembra che scrittura e rappresentazione del reale precedano parola e pensiero, due menti creative come Caterina Arena e Salvatore Cammilleri, provocano l’inconscio sentire degli spettatori con l’occasione dell’evento Mi Piace, una mostra collettiva interattiva tenutasi presso la Biblioteca L. Scarabelli di Caltanissetta; un percorso costruito come una moderna Home di socializzazione, sulla falsa riga del modello dei social network più popolari, dove le opere esposte, variamente interattive, vengono anche votate con lo strumento del diffuso Like, in questo caso, fisico.
Si tratta di uno sguardo sull’attualità del tema di composizione e scomposizione “dell’essere io”. Ed è sempre l’uomo il protagonista del gioco di mobilità ed immobilità che Caterina Arena e Salvatore Cammilleri, disegnano nell’aria con l’installazione “Homologazione” e la performance artistica narrante. Tutto come un puzzle di like ed autoscatti come intime domande possibili. I due artisti ci pongono dinanzi ad una scelta opzionabile: ritrovarci o perderci davvero, senza pagare pegno per la vita. Così, il risultato artistico di questo binomio tra installazione e performance, nella sua porzione di spazio sociale inglobato dal colore uniforme detto verde fluò, rappresenta senza dubbio un invito sorprendentemente diretto all’analisi di un’identità non solo individuale, ma anche socialmente diffusa. Caterina Arena si veste di verde fluorescente per ben tre giorni e si propone per innumerevoli selfie; gioca con il corpo interagendo con lo spettatore attraverso attimi di moto e stasi di sguardi e, al rinnovarsi del suo status omologato, sorride e chiede lo scatto fotografico, quasi con leggiadria inconsapevole, a significare l’assuefazione del comportamento al modello sociale proposto. Ma sin dalla seconda giornata in Biblioteca Scarabelli, gli artisti mettono in scena la scoperta del contrasto che sottende il desiderio di originalità e autoaffermazione; Caterina Arena scopre i colori, si tinge di diversità e sfumature fino a cospargersi del colore della porpora. Quell’entità a cui si rivolge è “l’uomo flessibile” che si domanda cosa mai possa significare “essere se stesso”. “Se l’essere è oggettività, io cosa sono? Io non sono oggettività! Sono colui che osserva curioso il circostante e non sono un’immagine tra le altre, ma puro occhio sul mondo! Se fossi oggetto dovrei essere sempre e soltanto ciò di cui son fatto! Sarei calcolabile, pesabile … Eppure tutto ciò non accade cedendo il passo a speranze, timori, emozioni … o meglio all’esistenza!” – proclama l’uomo a se stesso. I due giovani provocatori e originalissimi artisti siciliani vestono tali interrogativi, concepiscono il colore dell’omologazione e per dispetto creativo tingono lo spazio di metafisico verde fluorescente, attraente come il sapore degli adeguamenti socio esistenziali dell’epoca moderna, compiacimenti sleali, che ingannano e ci sorridono goffamente e, a volte, ci modificano fino a non percepire gli odori salmastri dell’amalgama che ci costringe nelle dimensioni diaboliche del “ridicolo quotidiano”. In cosa ci rispecchiamo? In quante parti ci dividiamo? Quante cose siamo? I nostri selfie ci rappresentano? O forse non siamo che il collage di più storie di sguardi? Gli spettatori pionieri dell’evento artistico siciliano sapranno raccontare meglio di chi scrive la sensazione di messa in gioco dell’ego dinanzi alla provocazione di Caterina Arena e Salvatore Cammilleri. Selfie si o no? Probabilmente la risposta sarà dipesa dalla consapevolezza del proprio livello di omologazione sociale o dalla scelta di agire in chiara provocazione con se stessi o per vezzo e levità. Nel frattempo il risultato artistico della performance lasciava già a macerare nell’animo degli astanti il senso delle singole risposte. Potrebbe mai valere l’idea di accorgerci che, in realtà, qualcosa (o qualcuno) proprio non ci piace, nonostante le nostre apparenti preferenze quotidiane indotte dal comportamento omologato?

© Annarita Borrelli

Performance da Homologazione - Caterina Arena

Performance da Homologazione – Caterina Arena

So friends …

Ph. Marina Abramovic

Ph. Marina Abramovic

Dedicata ad un Grande Amico

I mondi ruotano. Gli anni corrono.
La cima vacua dell’universo in terra
ci trattiene nelle tenebre degli occhi.
E tu, anima di fatica, sudi, sorda,
e ritorni ancora sulle macchie pallide della felicità?
Che sia l’abito del dì della festa, questa tenebrosa
malia del vizio per la virtù! Riprendi fiato, voltati.
Il passato denuncia il presente per appagamento!
Ma quando la fine? Non basteranno forze al vanto
per ascoltare senza requie il rumore molesto …
Dammi la mano amico mio! ossa contro ossa,
ci assopiremo alla vita.

© Annarita Borrelli

For rent

FOR RENT Installazione da Maiali - © Salvatore Cammilleri

FOR RENT
Installazione
da Maiali – © Salvatore Cammilleri

Pelle corrotta! che strisci sulle rive dei
porti deserti e, a viso aperto, svilisci!
Ancor lieve, prima pioggia
punisce la spavalderia…
e così trascini la tua via nell’ora
degli autunni tardi …Tu! lanterna che
goccioli cenere dissipata!
dov’è la tua stella?
Sulle sciocchezze del mondo
sarà tutto perso!
E come ombra trasparente e
misteriosa sfumerai nel
nocciolo dei colori delle notti …
e lì non riconoscerai il tuo nome!
Nel più duro e vizioso sudario
Oh marinaio! t’è sobrio il riposo?

© Annarita Borrelli

Raw

Ph. Elisabetta Rosso

Ph. Elisabetta Rosso

Non cercare nulla, Taci oh anima!
Non crucciarmi, non spingermi al filo spinato,
non istigare la voce, non indurmi al pianto!
Porto negli occhi le stesse remote speranze che,
nate al caldo, nella neve periscono.

© Annarita Borrelli

Limbo

I germogli dei giorni oscuri languiscono agli incroci.

E bisbigliano come la seta gli antichi mali mentre
nascondi il ronzio della marea che scalci verso il canto
delle finestre ancor dischiuse al mondo.

E ad ogni vespro il diavolo riflette l’ombra dei violini
in un sorso di vanità. Ma tu non asservire la tristezza
all’uva prima della futura notte figlia delle polveri!

© Annarita Borrelli

Flying on the sea

Genesis-Salgado-en-Antarctique

Sarò l’azzurro nel blu
quando trascorrerà la nebbia
che come mare ci sommerge.
Vagherò nella steppa
come sulla spiaggia.
Vacillerò senza colori …
… e poi
una tenera voce
mi carezzerà l’udito
e reclinerà la bruna quercia
su di me, verdeggiando in eterno.

Urlerò quel nome
e la sua promessa
Andiamo, via!
E poi dimenticherò …
Che importa!
una poesia perduta!

Sui rami non fa peso.

© Annarita Borrelli

Che io riposi qui

Là dove le onde
scuotono l’anima,
gli amanti dissolvono
isole negli oceani.

Il tempo muta in sogno
nelle lusinghe del cotone
come labbra di misere notti.

Là dove elogio ed impostura
accolgono indifferenti
le dita miste ai tagli del futuro,
là dove il domani
non somiglia che a un ricordo,
l’Avvenire si piega come
le pagine dei libri.

Sarà candido e mite
l’argine dei nodi.

Che io riposi qui
sull’ara dei pensieri scomodi
come una pianta amara
dalle radici cortesi.

© Annarita Borrelli

Ph. Bill Viola

Ph. Bill Viola

Informazioni Utili – Collana Sentire – Annarita Borrelli – Editore Pagine

Carissimi Lettori Vi scrivo di seguito alcune istruzioni utili all’acquisto della Collana Sentire:

L’acquisto dell’e-book è disponibile su Amazon.com

Canale Youtube Annarita Borrelli:

L’acquisto del l’ebook dal sito della casa editrice:

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Per Audiolibro:

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Buona Lettura a Tutti!

Annarita Borrelli

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Collana Poesie – Sentire – Casa Editrice Pagine – Annarita Borrelli

Il Libro è disponibile per l’acquisto su http://www.amazon.com in formato cartaceo e audio.

La tradizione epica greca, attraverso l’oralità della poesia, ci insegna un “sentire” più ampio della percezione, un “sentimento” o un animo che costituisce già una completa relazione con il mondo. Nelle movenze delle forme viventi ed attraverso le forze elementari si è compiuto il lavoro di autoapprendimento e autocostruzione del Sé nella Natura ancora indivisa ed unitaria. La parola detta, plasma il significato inaugurale della poesia, il sentire poetico come fonte dell’umano. L’uomo moderno, ingabbiato nelle concettualizzazioni della parola scritta, prende atto dell’inevitabile scissione tra il sentire e l’intendere, tra il sentire e l’essere sentito, testimoniando la divisione dove prima era identità.
Si configura così la meta irraggiungibile, il viaggio senza ritorno, nel tentativo di ricucire lo strappo, di colmare la distanza tra oralità e scrittura, tra parola detta e parola scritta, tra il sentire e il pensare. Nell’esitazione tra il suono e il senso, prendiamo le mosse da questa epocale diatriba di visioni del mondo per presentare questa nuova Collana di poesia intitolata “Sentire”. Auspicio che l’oralità non sia solamente funzionale alla scrittura bensì un tutt’uno con essa. Per riconsegnare alla parola, riflesso unitario delle sedimentazioni del “sentimento” e dell’intuizione, il potere evocatore che la completa. (La Casa Editrice)

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Parabola di dissenso verso il mare: Taras e il figlio del Padre

Taranto Primo Maggio 2014 - Ph. Maria R. Suma

Taranto Primo Maggio 2014 – Ph. Maria R. Suma

(Estratto da un Racconto Indedito – Italia – Taranto Primo Maggio 2014 – Storia Senza Domani – Sulle Menzogne e Sulle Mancanze – Dalla “Magna Grecia” alla “Magna Carta” © Annarita Borrelli)

Iniziava nella nebbia d’aprile quel viaggio dall’antica Roma verso la terra araba del Bel Paese, bianca come la distesa del mare che separa dalla madre Grecia. La capitale tradiva i diritti dei probi e la pace dei giusti annegando nel Tevere la virtuosa dignità delle laboriose masse. Magdalena non poteva cedere alle pigrizie dell’Italia corrotta. Così divenne speme di zelo per le classi maggiori. Ascoltava le note delle sue misure alle spalle di un vetro di piogge, lì in alto tra i venti in volo per il riscatto dei martiri e contro le oppressioni dei carnefici reggenti. Un tacco a spillo in ritardo e la rivoluzione dell’anima nella memoria. Magdalena aveva dettato le regole di quel cammino, ma d’improvviso “nessuna prassi” fu l’unico dettame. Era come i supersiti dopo la battaglia, come i perseguitati nell’ultima ora del sole sui prati. Come olezzo di peonia il suo tragitto si posava sulle strade dal colore del piombo e risuonava caldo come il richiamo per i compagni di viaggio. Accelerava nel giallo e nel verde fino alla città del Mare. Taranto in lontananza era la piazza delle opposizioni ambientali contro la mano amara del disumano provocare oltre gli argini della tolleranza. Spazi senza ossigeno riposavano nelle celle di cemento dei grattacieli, accolte dalle rientranze del mare ancora generoso.
(…)
Quell’itinerario pareva una parabola di dissenso verso il mare con, alle spalle, solo il bruno manto dell’inverno.
(…)
Nelle sporgenze, nei suoi seni, oltre le brutture della mano diabolica degli amministranti, riposavano le folle. Fu una visione ampia dello stato dell’essere sociale: pochi solchi aperti e poi d’un tratto una piana di verde e melma su cui danzavano i compagni di viaggio ancora sconosciuti. Con stupore si voltò e fu improvvisa la meraviglia per la visione delle masse e della felice apertura verso il palco degli artisti. Era giunta al concerto per condividere la musica e la voce in un momento di vero comunismo d’intenti, negli stenti. Confusione al cospetto del senso; eppur senza veli era la calda voce dei manifestanti in coro contro la barbarie degli stolti denigratori della dignità. A Taranto avevano distratto i diritti per costruire i relitti. E per timore degli squali e dei falchi avevano riservato al popolo il respiro delle antiche polveri custodite tra le mura del castello aragonese. Imponente cammino di ronda spesso otto metri come a difesa dell’operosa voglia di un popolo a lavoro nelle acque ancora unte dalle funi.
(…)
Magdalena sospirava fragile dinanzi alla mezzanotte di luna tarantina, dal taglio arancione e netto nel firmamento di un Primo Maggio a riposo, in attesa dell’alba per ritornare alla pesca; ballava con le braccia strette ai polsi dei Tantatini, come un bracciale di polvere da sparo per torri larghe e basse, di forma circolare per attutire l’urto delle palle di cannone. Ad ogni urlo delle masse in concerto insieme ai grandi artisti, si riforniva di rampe o scivoli che permettessero lo spostamento dei suoi pensieri come pezzi di pietra da una torre all’altra; come un rifugio si era munita di un ampio e robusto parapetto con specifiche aperture per le bocche da fuoco.
(…)
Come il ponte dell’Avanzata univa il castello con il borgo antico, sorpassando il fossato scavato per isolare la struttura dalla città, così Magdalena univa il vuoto tacco di un porto violato allo stivale miope e pronto allo schianto in caduta.
(…)

Il Palcoscenico era come realtà confusa protetta dalle cornici di una piana dai connotati mistici. Germinava l’intuizione di un doppio mondo, l’immagine di Taranto e la storia di un concerto. L’universo delle visioni in volo era evocato dal gioco di ri-specchiamenti e riflessi, resi possibili dalle membrane trasparenti dell’iride di una donna, come l’acqua, il vetro, lo specchio, che separa e collega due aspetti della stessa realtà. Era l’eco di un volto che risuonava più forte delle corde delle chitarre elettriche. Ma d’improvviso le scintille sonore si aggrapparono ad uno sguardo. Taras era il nome del suo specchio. Fu un’incontro tra due altari pieghevoli come i ponti d’America, una comunanza di musica nella mente per tornare all’essenza dell’Io nella terra del Padre degli Oceani.
(…)

Taras aveva le labbra morbide come ovatta sulle nuvole e Madgalena se ne accorse per induzione delle note in diffusione.
(…)

E poi solo nella quiete piana dinanzi a quel mare ed alle sue lievissime carezze riusciva a penetrarsi per raccontare come avesse cotanto desiderio di pungere lo spirito per vederlo annegare ancora verso la danza delle masse riflesse nel resto del Mondo. La distesa salata si spostava con volontà di pressione e suon di velluto d’ onde piane verso la riva gravida di minerali e vita propria. Osservava le torri in fondo al braccio molle del porto col pensiero al canto dei compagni sconosciuti come grazia per la vista ancor più trasparente dinanzi alle chitarre di Taras.

(…)

Madgalena osservava tali bellezze con lo sguardo di puntini a contorno della natura arabeggiante in saluto. E sorrideva a denti stretti per cogliere le traiettorie di Taras. Lo attendeva ancora satura del ridente stupore dell’anima accanto alle rappresentazioni nella folla prive di se stessa.

(…)
L’immagine dell’adorazione delle sue alture in un silente bacio nel pensiero fu come aria senza vento. Malinconia nei suoi occhi fu la maledizione del giorno. Taras sul palcoscenico osservava la sua santa donna come un germoglio d’olezzo intenso e trascinante. Ma il suo volto richiamava il pianto dell’uomo moderno sottomesso alle regole delle mancanze. Non aveva danaro, non aveva lavoro, non aveva cibo per colpa delle frizioni della disoccupazione strutturale del cosiddetto Bel Paese che ormai, da tempo, mancava del diritto alla dignità individuale allocata come monade dell’intero corpus delle disattese dignità sociali. Taras osservava le palpebre di Madgalena in lontananza. Erano come le ampolle del destino violato. Una coppia senza domani. Una turgida certezza contro le perturbazioni di un banale test di realtà.
(…)
L’eco della storia del disavanzo ambientale interruppe l’incastro mistico degli amanti quando la prima nota elettrica devastò la folla in La Minore.
(…)
C’erano avanzi di quotidiani sui cigli delle strade e miste nel fango le pagine del futuro accordo per il risanamento illusorio degli spazi. Era l’ennesima menzogna.
(…)
Così Taranto diventava un mondo dai contorni incerti sottratto alle regole del sole, senza il bacio di Taras, senza la mano dei compagni, senza tempo per gli abbracci, senza il ruvido sentire dei cinici spettatori. Era stata Rocca in un fossato ed ora, ancora in lotta come ai tempi del Peloponneso, si schierava con le anime spartane dei compagni di disavventura per combattere ancora contro Roma e i suoi dissapori.

Quel concerto era il riverbero delle memorie di Taranto in festa in onore di Dioniso; la popolazione assisteva ai giochi nell’anfiteatro vicino al mare, ma dopo aver visto all’orizzonte le navi romane dichiarò guerra alla Capitale accogliendo i suoi messaggeri con dileggio e sarcasmo e, come Filonide, orinò con la musica sulla toga degli dittatori che avrebbero desiderato la fine dei Tarantini gridando: “Per lavare quest’offesa spargerete una gran quantità di sangue e verserete molte lacrime”.

(…)

Continua

© Annarita Borrelli

Traccia Musicale Mixata da Emerald Opaque

Cliccare su “Primo Maggio” per l’ascolto

Primo Maggio

Un Secolo Con Te

Selva di Fasano

Selva di Fasano

Pensavi fossi ancora bella
come spiga di grano vergine.
Eco di gioventù
nei desideri d’oggi per domani.
Pensavi potessi raccogliere le primavere
delle tue chitarre come antica risonanza.
Pensavi fossi ancora bella
come nella notte, penombra del fuoco,
mentre sinuoso e silente risaliva il vino
a gocce dai bassifondi dell’estate.
Pensavi avessi l’aria ed il vento tra i denti,
eppure, ad ogni ruga, sanguinava il pianto
per vanità svanita come polvere di piaghe.
Fil di capelli ambrati
ed i tuoi sorrisi in argento.
Pensavi fossi ancora bella
con le labbra ancor dischiuse
sul fondo maturo di questa schiena stanca.

© Annarita Borrelli

Disumanità è tormento. Diversità è vittoria.

nicla e nicolas
(Nicla Ferrara e Nicolas Marsicano)

Ho incontrato anime piene di sole che si raccontano, come le lanterne di notte a far luce su strade quasi deserte. Nicolas Marsicano è come la lampara: stai partendo, ti serve. Non ti chiede nulla, ti dona l’amore puro e basta. Se osa nel silenzio, sta meditando la prossima catena.
Leggo le sue vittorie come per il piacere di ritrovare, nel suo universo, un humus di adattamento più aderente ad “umane” aspettative. Quanto possiamo essere semplici nelle nostre complessità?
Tra fervide braccia ricadono le spalle di Nicolas. Dinanzi ai nostri occhi lo sguardo leale della forza di una madre importante.

Ho incontrato anime capaci di raggiungere obiettivi combattendo contro i limitanti dossi della vita. Sono traghettatori di etica, di intenso senso dell’agire per la costruzione dei diritti dell’individuo in un’epoca che, sempre più frequentemente, non si accorge dell’eccessiva velocità a cui immagina di viaggiare, con l’illusoria macchina di lusso su cui si siede in fuga, per traguardare fino alla scoperta delle risposte più arcane, celate negli antri delle angosce dei tormenti delle privazioni delle impotenze delle ingiustizie.

Sono la trasparenza, un altro tipo di risposta alla “rivoluzione copernicana” trainata dalla forza dell’amore.
Le difficoltà della vita ci mettono alla prova, spesso sono una leva, una condizione per dare origine a quell’agire morale, attraverso cui ci proiettiamo, che è la libertà.
Leggo spesso della mancata speranza di ritrovare l’impeto, il vigore e la levità all’interno dei nuclei familiari. Manca l’amore?
Quando avrò l’onore di incontrare Nicolas (e non solo) potrò di certo godere del sereno osservando lo scintillio di occhi tersi. E potrò sussurrare “…e non sentirti perso, anch’io sono diverso e siamo almeno in due … “.

E qui, per ora, restano i miei complimenti per risultati encomiabili ed inattesi di cui riporto “testimonianza”.

nicolas marsicano

Realizzato da Nicolas Marsicano

Realizzato da Nicolas Marsicano

Grazie Nicla Ferrara per la disponibilità!

© Annarita Borrelli

Come trasformare l’Economia in una Vera Scienza Umana – I miei primi “Ringraziamenti”

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RINGRAZIAMENTI – La mia tesi di laurea, anno 2003/2004: Autonomia come variabile moderatrice della relazione tra Self-Monitoring Orientation e Contextual Performance.

Mio più intenso ed intimo desiderio è ringraziare mia madre e mio padre per avermi fatta crescere nell’amore, per aver sempre ed incondizionatamente creduto in me e nella mia sete di “conoscere” e “sperimentare”, per avermi sostenuta in ogni esperienza, per aver agito con intelligenza sulle mie capacità di sviluppo cognitivo ed emotivo puntando in ogni istante alla mia autonomia . Ringrazio ancora i miei genitori per aver messo al mondo la mia sorellina Tiziana, verso la quale ho sempre provato una sensazione fortissima di amore e ringrazio Tiziana per la semplicità, la trasparenza, la simpatia e l’ ingenuità dell’affetto che mi ha sempre dimostrato…proprio lei che mi fa godere della sua “venerazione”. A proposito di affinità elettive ringrazio il mio spirito libero e creativo, per tutto ciò che è ed io non sono, per il futuro che rappresenta, per il suo amore profondo, per la fiducia che mi ha sempre dimostrato, per i suoi sorrisi…e la sua gioia di vivere!…per tutto ciò che siamo riusciti a costruire insieme duranti questi anni. Ringrazio i miei zii Franco e Luisa perché, da quando ho avuto modo di conoscerli meglio, hanno rappresentato un forte punto di riferimento per me, lontana da casa. Ringrazio zio Mimmo e zia Rossella perché, anche se lontani, mi hanno sempre incoraggiata e stimata profondamente. Ringrazio zia Anna per aver sempre agito nei miei riguardi come una vera nonna, ed i miei cugini Paola, Daniele e Martina con i quali sento di poter continuare a costruire un forte e sincero rapporto fraterno. Ringrazio la mia amica Daniela che, da quando il destino ci ha fatte incontrare, mi ha sempre appoggiata con affetto incondizionato…senza mai “secondi fini” e con grande voglia e capacità di instaurare un profondo e, a volte, telepatico dialogo con me. Ringrazio Luigi con un senso di intensa amicizia e lealtà, perché rappresenterà per sempre un vero punto di riferimento…ed ora che è lontano… mi manca. Ringrazio Giambattista per la semplicità e la sincerità della sua amicizia, per il sostegno e l’ammirazione dimostratami, perché non dimenticherò mai la sua espressione di rinforzo: “nun te preoccupà annarè p’ stà tes’ !…tu si nu mostr’!”. Ed ancora un particolare pensiero lo rivolgo a Filippo perché sono felice di poter contare su una persona riservata, osservatrice, intelligente e genuina come lui. Ringrazio i miei compagni ed amici dell’Università Lorenzo, Anna e Sergio per essere stati gli unici in grado di accettarmi e volermi bene anche quando tutti gli altri cercavano di evitarmi e discriminarmi solo perché, ad un certo punto della storia, io con i capelli rasati a zero ed il look trasgressivo non rappresentavo più un modello vicino ! Ringrazio con ammirazione il prof. Giuseppe Soda e la prof.ssa Maria Gabriella Bagnato per aver creduto nella mia idea di ricerca con l’entusiasmo e la partecipazione di chi non solo crede, ma apprezza. Infine, paradossale od opportuno che sia…ringrazio tutte le persone che mi sono state ostili, lontane e poco o affatto amiche perché, nell’ offrirmi con maestria tanti piccoli assaggi di linfa avvelenata, hanno rappresentato, in ogni caso, spunti di riflessione e di valutazione sulla realtà dei possibili percorsi di giudizio dell’animo umano.

“Ti Ringrazio oh Signore perché posso studiare”

Annarita Borrelli

Le Comete – Il Centro e le Culture

Photo Louisa Dawn

Photo Louisa Dawn

In questa incarnazione sperimentiamo l’esperienza del centro. Arcobaleno cangiante ed in moto fra sopra e sotto. Se solo imparassimo a ricordare la strada delle nuvole per poi non temere le braci infuocate dell’operosità, forse saremmo in grado di comprendere meglio il significato delle culture.

© Annarita Borrelli
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Le Comete – La Colpa (per esser sordo come cieco)

Edipo Re - Sofocle (Siracusa)

Edipo Re – Sofocle (Siracusa)

Credevamo di essere noi stessi la causa nell’atto del volere come Edipo prima della pace estrema indaffarato nel pensiero dell’immunità da colpa per volere degli dei. Eppure ogni sorta di inibizione provoca esplosioni, dilatazioni e contrazioni tali da stimolare l’istinto di causalità.
Vorremmo ritrovare un motivo per sentirci bene o male, senza mai accontentarci del puro atto di constatazione.
Vorremmo essere capaci di domare istinti e perversioni per evitare di avvertire sulle guance il freddo vento della colpa dinanzi ai dolori attraversando ogni forma di punizione. Tuttavia, tale volontà, non manifesta alcun effetto evolutivo.
Quando ci abitueremo al privilegio della libertà dello spirito, saremo in grado di decapitare la contaminazione dell’innocenza del divenire, attraverso l’inutilità della colpa dell’Io. Sarà l’iniziazione alla saggezza come forza del pensiero.

© Annarita Borrelli
All rights reserved

ÈDIPO:
Ahimè! Ahimè!
Ahi ahi, sventurato! In qual plaga
della terra io m’aggiro? È la mia
questa voce che svola e si perde?
Oh mio Dèmone! Dove precipiti?
CORO:
Orror che udire né mirare io posso!
ÈDIPO:
Ahi! Nuvola di tènebra
esecrabile, infesta,
orrenda oltre ogni dire, m’avvolge, e immota resta.
Ahimè, ahimè!
Anche una volta, ahimè! Ché il mal presente
m’assilla, ed il trascorso urge la mente!

(da Edipo Re – Sofocle)

Le Comete – Lo Scopo

Antefatto

Contro i rischi della corruzione della ragione, scriverò le mie lame come comete. Brevi ed ermetici pensieri che vanno oltre la sfera della poesia e della prosa. Le luciderò in atti singoli dinanzi ai vostri sensi.
Vi Ringrazio per l’attimo di levità e di pace che sapete concedere a Voi stessi leggendomi. Spesso è’ il Nostro tempo e ci agganciamo negli stati emotivi. Sarà una storia di pensieri che eleveranno le energie attraverso i rami nervosi del cranio, ritrovandole in amalgama nella sospensione del sè. Un Unicum di atanor in fase di promozione dell’Io, sempre più represso dalle mancanze e dalle privazioni. Sono le lacerazioni. La svoltà è nella Libertà che reclama l’apoteosi dello Spirito. Angeli di Forza. Dobbiamo comprendere la luce del sole che sottende l’espansione della volontà di essere e le braci del potere della condivisione. Siamo noi stessi e saremo più forti dei falsi poteri, per la sopravvivenza delle nostre messi. A Tutti Voi il mio abbraccio ed il mio richiamo alla resilienza e alla follia sanatoria “dell’umano troppo umano”.

Cometa: Lo Scopo

L’assoluta fatalità dell’essere non va scissa dalle cadenze della storia che fu e di quella che verrà. Nella realtà non si intravede lo scopo. Siamo incondizionatamente necessari.

© Annarita Borrelli
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Nuvole alla Porta (Estratto dai Racconti Inediti)

Speak Out

Mi ero svegliato d’umore lunare. Bianco e piano tra le mura della mia camera. Sentivo i miei sedici anni come una sventura amara e non mi odiavo per dispetto. Eppure il pensiero volava! Non cambiavo mai! E ora? Non mi posso fermare, le nuvole sono alle porte di questa bolla d’aria che è la mia città. Non ci sono tempi morti per me! Sono come un indagatore, spesso sottile, delle operazioni dell’anima che non mi lascia emboli diversi dalle esplosioni. Corro come una lepre da un capo all’altro dello spazio nelle mie prospettive, ma mi ritrovo sempre al lato di un lembo che può significare la fine. E torno indietro senza paura o timore di non ritrovare la mia strada in quella specie di sacro bosco trasparente in cui mi sono ritrovato. Non fu un miraggio quel risveglio! Potrei giurarlo dinanzi alla tomba di Napoleone! Eppure non facevo altro che infuriarmi sempre più! Mi avevano lasciato a marcire in una bolla quei carcerieri da quattro soldi di circensi che tutti chiamavano infermieri? Che disastro questa città dei balocchi! Quando mia madre mi ci accompagnò per restarci, avevo come l’impressione che i macchinari per l’elettrocardiogramma fossero delle funi colorate da lanciarsi addosso come in un gioco. Avevo addirittura immaginato che quando dovevi fare la tac era come entrare in un sogno ad occhi aperti che non ti lascia neanche il tempo di continuare a vaneggiare ed ondeggiare con i sensi perché fatto a posta per essere talmente breve da creare dipendenza! Non c’era mattina che non mi insegnassero ad usare un gioco diverso! Non potevo lamentarmi, ma la verità era che non mi divertivo affatto. Avevo notato che mi accompagnavano lì nelle sale dei balocchi ad intervalli regolari e mai per giocare tutti insieme. E quei tempi morti mi riempivano di terrori. Erano demoni in agguato, in ogni angolo. Erano gli ostacoli del giorno, quelli che per me erano solo echi di ricordi e dolorose evanescenze. E mi chinavo spesso sulle ginocchia nei pomeriggi d’estate, quando non era tempo di giochi ed aspettavo invano le visite fantastiche della famiglia. E nell’ora del crepuscolo viola sorridevo intimamente per quella fallace e futile speranza delle aspettative che mi avevano deluso sin da piccolino, quando nessuno mi aiutava a capire come parlare perché da solo non riuscivo. Ed iniziai a stufarmi. Fu così che decisi di non parlare e sforzarmi per muovere quei lembi tendinei che, con il passaggio dell’aria, vibrano generando la voce. Volevo il controllo di quei muscoli, dei legamenti, delle fasce connettive e mucose! Per anni ho viaggiato moltissimo con la famiglia intenta nel risolvere l’apparente problema come un battesimo per la coscienza di tutti. Ipocrisia fu l’unica parola che potevo immaginare allo sguardo di mia madre. Povera santa donna! Come se non sapessi le ragioni della sua follia. I suoi erano gli occhi di una raffinata dama dall’intelligenza devastante, la follia che mette sempre alla berlina i limiti, le meschinità e le bassezze dell’umanità. E non ci sono sconti. Mi osservava con la forza corrosiva dei cannibali. Ed io ne ero il frutto. Ma ben presto iniziai a far canticchiare il pensiero e mi costruii il mondo delle menzogne in cui vivo. Eppure avrei desiderato quella dolcissima carezza. Ma mi sfiorava solo vento e l’unica espressione dell’anima era quell’urlo miserabile e acutissimo che emettevo ogni volta che l’implosione del cuore diventava come un nodo alla gola e avrei voluto disperatamente urlare al mondo contro gli avanzi che mi lasciava. I medici dicevano che prima o poi avrei parlato. Il mio inconscio era come demone spavaldo all’ascolto di tali invenzioni della scienza. La parola? Avrei preferito tenerla dentro per sempre! E non l’avevo detto a nessuno per fortuna! Ogni tanto mi accorgevo di quanta fame insaziabile di vita e di morte era negli occhi dei miei amici del paese del balocchi. C’era il volto del povero Tano che invocava vendetta. Lo avevano rinchiuso in questo mondo d’avorio perché diceva di vedere le anime dei morti e di parlare con San Paolo. Come se non fosse ammesso! Poco spesso si avvicinava e vociferava alle mie spalle accostandosi: “Lasciami soffrire in silenzio; malgrado mi senta sfinito ho ancora sufficienti energie per spuntarla. Onoro la religione sai! E’ come un bastone che mi da sollievo … solo che … Può mai essere la stessa cosa per ciascuno di noi? Quando dai un’occhiata al vasto mondo, ne vedi di migliaia per i quali non lo è stata, per i quali non lo sarà, predicata o no che sia, e allora perché lo dovrebbe essere per me?”. Poi si allontanava accennando a grandi risate ed io pensavo dentro di me e parlavo al Tommaso che conoscevo. Cos’altro è il destino degli uomini se non quello di portare il proprio fardello e bere il proprio calice sino all’ultima goccia? E se questo calice é troppo amaro per labbra terrene come potrei vergognarmi dei miei inquieti silenzi in quei terribili istanti in cui tutto il mio essere trema fra essere e non essere, quando il passato brilla come un lampo sul tenebroso abisso del futuro e tutt’intorno a me e insieme a me il mondo sprofonda? Non si tratta forse della voce della creatura avviluppata su se stessa, privata a se stessa e irrefrenabilmente lanciata verso il fondo di se. Perché dovrei vergognarmi di odiare il veleno del mondo? Quanto disdegno lo sguardo benevolo che talvolta si ferma su di me, la compiacenza con cui si accoglie un’espressione involontaria del mio sentimento, la compassione per le mie pene. Quando ancora ero morto nella casa di mio padre, avevo una sorella che non faceva altro che osservarmi per entrare nei pensieri da cui si sentiva totalmente allontanata. Non l’amavo. M’aveva violentato di botte e improperi troppe volte con quell’animo rabbioso contro la vita e contro quel problema che ero io, lì dinanzi a lei, come il simulacro della disgrazia e l’alibi della sua infelicità. Da piccolo pensavo di esserne innamorato. Era colpa della mia ingenua corazza da testuggine. Lei sentiva quando soffrivo. Oggi il ricordo del suo sguardo mi trafigge. Sola, traboccante di solitudini. Non ho mai immaginato le sue labbra così fascinose come oggi. Dopo tutto quell’immagine non era altro che la forma stessa con cui il pensiero era apparso per un attimo fugace alla coscienza che ancora rimbombava nelle mie memorie. Chi non ha mai fatto tanti sforzi per riconoscere un’immagine da una percezione? I miei occhi erano l’emozione trainante dell’immagine del mondo che volevo. E non lo volevo dire. Quando trascorreva il tempo mi accorgevo delle migrazioni e mi chiedevo quanto fossi sempre stato uguale a me stesso nella smania di evitare la vita. Se fosse stata solo codardia ne avrei sofferto di meno. Avevo bisogno ormai di un piano per la strada della fuga da quei corridoi fin troppo conosciuti e supplicanti. Per quante ore rimasi nel silenzio della mente non lo posso ricordare! Fu una corsa pure quella. Senza panico di strada, senza agitazione contro la dissennatezza. Il genio è frutto dell’impegno! Mi ripetevo come un’ecolalia. Il genio è frutto dell’impegno! Ma il tempo non mi dava la ragione del caso che tanto stavo attendendo e desiderando. Da un miraggio scaturiscono i sentimenti. Amavo la letteratura, era come una melodia antica. Ne portavo il ricordo con la passione degli amanti che mancano nelle distanze. Un giorno pensai di cercare di capire se Tano avesse mai voluto seguirmi in una folle fuga dal paese dei balocchi. Potevo solo scrivere. Non l’avevo mai fatto. Era come parlare. Volevo andare da mia madre e ricordarle che la vita è un ramo secco, selvaggina rabbiosa che può mordere nei rimorsi. Quest’apparente stato di imprudenza mi aveva reso sopportabile la vita. Ma era giunta come freccia l’ora migliore. L’ora del passaggio contro il mondo con cui non avevo mai parlato. C’è un tempo in cui lo sguardo si sostituisce al fiato. D’altronde uno come me non avrebbe potuto produrre idee più insane! Dovevo decidermi. Comunicare, non comunicare. Avevo timore per l’idea del mio pensiero nelle mani di un essere. Mi decisi come un fuggitivo frettoloso anelante di polverose insicurezze. Lasciai quel messaggio sotto la soglia della stanza di Tano. Dopo una settimana me lo ritrovai al lago con una bottiglia tra le dita. Lo vidi come l’immagine di una sapienza che ha storia o meglio tradizione. In quell’istante gli occhi di Tano erano sapientemente ciclici. Mi disse a voce aperta e col sorriso sornione tra i denti:
“La storia della sapienza è una rotella di giochi perversi. Gli uomini giungono ad essa, e poi la perdono per opera di grandi catastrofi che sconvolgono la terra e le comunità umane. Ma delle catastrofi, che distruggono i ricordi tradizionali, si salvano i proverbi, resti di sapienze distrutte, trasmessi dai sopravvissuti ai posteri. In questo giro di pensieri e d’immagini s’innesta la concezione della sapienza Tommaso! E’ come emergere dalla luce di una realtà nascosta a quella visibile. La morte ci deve trovar vivi! Diceva il vecchio proverbio caro Tommaso che mi osservi con occhi di falco senza fiatare! Adulatore del silenzio! Bevi questo liquido ingannatore. Sarà la tua morte per uscire dalle gabbie sfidando la vita fino in fondo. Rischi la notte perenne, ma è la tua unica carta da gioco. Questa è la città delle solitudini infinite che la storia non vorrebbe neanche dovere ricordare. Bevilo questo veleno Tommaso, potrebbe avere un retrogusto di acacia per destino. Gioca.”
Avevo solo paura di morire, ma presi quella bottiglia a sguardo basso e me ne andai. Tano avrebbe sentito tutto. Era un’anima ormai spirito nel mondo. L’avvelenamento era per me come l’idea di un’aranciata amara. Mi sentivo attore di una lezizone spirituale affannosamente sostenibile. E ora provavo quella meraviglia iniziale che è come emozione derivante dall’ignoranza. Solo l’anima mia vedeva quanto mai nitidamente senza timori. Era il riflesso delle emozioni di disturbo che mi trascinavano oltre i pensieri per paura della morte. E quale fine peggiore di morire nel tentativo di guardare negli occhi una madre infame, bastarda, brutale, bestiale. Se mi avessero venduto come giardiniere avrebbero fatto bene! Sarebbe stato un affare non da poco! Eppur mi chiedevo perché Tano avesse con se quel veleno, perché non lo avesse mai usato se lo considerava come una liberazione. Mi venne il dubbio d’aver intuito il mal di sé e la sacra dannazione della codardia nelle parole e nei gesti di chi apparentemente mi aveva offerto la morte per evitare la putrefazione in vita. Che Tano fosse affetto dai mali dell’inganno, dai tentacoli del falso piacere che alla serenità non conduce, lo sapevo da tempo. La leggevo nei suoi occhi l’aspirazione con tutto se stesso alla realizzazione del proprio io. Sentivo da tempo il bruciore del condizionamento dei pseudobisogni e non sentendosi in armonia con se stesso non riusciva in alcun modo ad esserlo con in Mondo. Quando la pace dura troppo tempo si finisce per rimuovere i ricordi della guerra. Stavo dimenticando le mie battaglie e non volevo rischiare la mia miserabile vita per un’invito a cena con la morte. No, dinanzi a me vedevo solo nuvole bianche. Non importava quanto fosse stretta quella porta animica, quanto piena fosse dei castighi della vita. Io ero il padrone del mio destino. Io ero il capitano della mia anima.

(Continua)

© Annarita Borrelli
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Lace

Present By Arpia Martinelli - Thanks my dear Friend

Present By Arpia Martinelli – Thanks my dear Friend

Odo
Falco e Tempesta
sui volani dello spazio

Ruote nelle Ruote
fu il destino e la sua mole

Riposo stanco ed inerme
Sono il cerchio nella mano
agile arma di vita
contro ogni lineare
illusione nella speme
di vendetta

Rigenero i lembi delle
paludi del sole

Sono perfezione circolare
senza ombre e cavità

Domino
lieve il sussurro
senza echi di
linee e tensioni

Ruote nelle ruote
Sono la sequenza sulla carne
il varco della pubertà

Succedo alle nostre storie

Falco e Tempesta
Sono il canto delle antiche gesta
Sono la peripezia

Ora et labora

© Annarita Borrelli
All rights reserved

Archaic

Antonius_Pius_Column_Base

Tu
padrone del tempo
custodisci le demolizioni

Tu
santificazione in carne
doma le nostre scalfite
inquisizioni contro La Forza

Oh dio delle Ere!
lievemente avvolgi lo
spettro delle foglie
azzurre e rosse
magnifica ogni soave
carezza dei venti come
fosse alito delle tue
diacroniche scansioni

Tu
come la storia del cosmo
eroico genio il danzante
della compiutezza

Oh dio delle Ere!
apri ai miei sorrisi
l’impronta dell’eternità

Magic

© Annarita Borrelli
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Vittoriosi e Vergini

Tiziana Borrelli - Photo remaked by Maria R. Suma

Eri inferno che urla, stride, langue,tortura, odia, tormenta. Sei svanita nella trascendenza per elezione d’origine. E nel tuo ordine superiore compensi gli scompensi del ridicolo quotidiano.
Ricordi aprassia e ipotonia. Ricordi la fobia. Ricordi l’ecolalia.

(estratto)
“E quei tempi morti mi riempivano di terrori. Erano demoni in agguato, in ogni angolo. Erano gli ostacoli del giorno, quelli che per me erano solo echi di ricordi e dolorose evanescenze. E mi chinavo spesso sulle ginocchia nei pomeriggi d’estate, quando non era tempo di giochi ed aspettavo invano le visite fantastiche della famiglia. E nell’ora del crepuscolo viola sorridevo intimamente per quella fallace e futile speranza delle aspettative che mi avevano deluso sin da piccolino, quando nessuno mi aiutava a capire come parlare perché da solo non riuscivo. Ed iniziai a stufarmi. Fu così che decisi di non parlare e sforzarmi per muovere quei lembi tendinei che, con il passaggio dell’aria, vibrano generando la voce. Volevo il controllo di quei muscoli, dei legamenti, delle fasce connettive e mucose! Per anni ho viaggiato moltissimo con la famiglia intenta nel risolvere l’apparente problema come un battesimo per la coscienza di tutti. Ipocrisia fu l’unica parola che potevo immaginare allo sguardo di mia madre. Povera santa donna! Come se non sapessi le ragioni della sua follia. I suoi erano gli occhi di una raffinata dama dall’intelligenza devastante, la follia che mette sempre alla berlina i limiti, le meschinità e le bassezze dell’umanità. E non ci sono sconti. Mi osservava con la forza corrosiva dei cannibali. Ed io ne ero il frutto. Ma ben presto iniziai a far canticchiare il pensiero e mi costruii il mondo delle menzogne in cui vivo. Eppure avrei desiderato quella dolcissima carezza. Ma mi sfiorava solo vento e l’unica espressione dell’anima era quell’urlo miserabile e acutissimo che emettevo ogni volta che l’implosione del cuore diventava come un nodo alla gola e avrei voluto disperatamente urlare al mondo contro gli avanzi che mi lasciava. I medici dicevano che prima o poi avrei parlato. Il mio inconscio era come demone spavaldo all’ascolto di tali invenzioni della scienza. La parola? Avrei preferito tenerla dentro per sempre! E non l’avevo detto a nessuno per fortuna! Ogni tanto mi accorgevo di quanta fame insaziabile di vita e di morte era negli occhi dei miei amici del paese del balocchi.”(dai Racconti Inediti © Annarita Borrelli)

Autismo

Multiple Eyes

Noir

Tu sei

Una sola cesura
nelle trame dei
richiami
della storia

Dune circolari e solerti
gli occhi di ogni lente

Scaverei tra queste sabbie
per estirpare i dolori
senza monito divino
né divinazione
per la sorte della carne

Tu sei

Le mancanze
scivolano a gocce
sulle guance
mentre rinneghi la fragile
impotenza
pressando austera
sulle leve

Un taglio ad ogni freccia

Tu sei

La festa dei toni rossi
contro la soavità
delle maschere

Ed il vento era
la vela
l’arco
la tua alleanza
con l’ossigeno

Tu sei

Le mani della terra
le braccia del folle
sulle tavole
imbandite di arnesi utili
alla sopravvivenza

Tu sei

Come gli orli
delle solide armature
scambiati in oro
per la risacca di
altisonante memoria

Tu sei

In ogni amigdala
del libero arbitrio
e delle alternative

Tu sei

La pausa
l’interferenza
il nesso
il patto con le gesta

Tu sei

Manifesto
vanto di fede
nella beata lode
del semplice
battito ventricolare

Elogio all’intenso chiarore
della verginità del divenire

© Annarita Borrelli
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Ike e Tradimento

tradimento1

Attacca
Delimita
Compatta
Calpesta
Frantuma

Erano le labbra della lussuria
Erano le menzogne natie

Maliziosa Lei
La mela giusta

Rimiro luminosa
la mia fiamma che rivela

Carestia nel tuo Io
terra rigogliosa per i soli sensi

Tu stesso
Il tuo nemico

Sei il riflesso
che subordina la vita
all’ ideale

Serena e fallace
sarà l’ombra
della pace dell’anima

Non dura

© Annarita Borrelli
All rights reserved

A-Mors et Veritas

Photo Francesco Arena (GE)

Photo Francesco Arena (GE)


Dedicata a Titti Grillo ed alla sua Vita di Donna e Madre

Nodi
intrappolati nei cunei
delle trame

Nodi
avviluppati nei legami
dimentichi
dei vincoli del cuore

È la ruota del tempo
che vaneggia
prima dell’alba

I giorni
che racchiudono
le amare colpe
le lievi ferite
dell’Io
solo e disperso
nelle valli della
mela immatura

Maledette le ere
della noncuranza!

Persi i dettagli
nella partitura
dei turni serrati
restano i colossi
di pietra da scagliare
contro le maschere
ed i sigilli del sorriso
dell’anima

Non avrai che il tempo
di amare la verità
che ti duole
sarà la sostanza
delle nuove primavere

Veritas

Compressa
Incalzante

Urge!

Sbarra le porte!

Ci sono nuvole chiare
alle spalle della morsa
del dubbio

Blocca il fato!

Ci sia solo
umile alterigia
come vanto del Sé
a cospetto del tuo
utero impaziente!

Donna!
Vomita la nausea
delle madri
e godi del seme
della vita

© Annarita Borrelli

Selvaggia

mishima

Incognito
il tempo delle misure
sui piani dello spazio
mentre si dilata e
si concentra
nelle mie mani
concave e cave

Ma nei fori di carne
solo acque salate
trascorrono
gli orli delle dita
souvenir della maestosa
danza nuda
del mare che attendiamo

Si abbandona
l’intelletto
alla dimenticanza
come antidoto
contro le passioni
acute

che
come voci
a tratti
bisbigliano

che spingono
sotto la pelle
comandate dai
fuochi dell’indole

Selvaggia

© Annarita Borrelli
All rights reserved

Sereno

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Audace
fu l’ora della luce

Ai miei occhi
la materia fu
il sereno
nello sguardo
dell’amico più antico.

Nitido
brillante nel volto.

Fu solo azzurro di cielo
sgombro dai dettami
dal rumoroso quotidiano.

Le nebbie gelide del Nord
e degli inverni più crudeli
si sciolgono tra le sue
braccia calde e pure.

Carezza docile e appagante
la sua parola pura e sincera.
Una conquista per il mondo.

Non indago timore
più teso della mancanza
intensa della fratellanza.

© Annarita Borrelli
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Collision

collision Photo Louisa Dawn

Collisioni
senza scintille
sei l’urto dello spazio
silente e delle
sue dilatazioni

Così falcio la mia vita

Le mani desistono
Le mani cedono
Le mani si distendono
verso la sabbia

Ascolto il tocco
dell’abbandono

Non pagare la tua
abdicazione
per non mietermi
emigrante

Disturbi le interferenze

© Annarita Borrelli
All rights reserved

Possession

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Fiamme
per dispetto
sono ardore nel centro
crudele sadico rigurgito
in quest’incendio

Mi accendo
nel petto e brucio
gelosa e assetata di te

Il fervore per il possesso
del tuo seme
è mia cura e tormento

Fuoco
custodiscimi
nel veltro ideale
Cane da caccia
per ardor della smania
senza sudore versato

Impeto sei
Schiavo del fanatismo

Taccio
ogni veto
nella passione

© Annarita Borrelli
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L’ Amore Accade

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L’amore
accade.

Sarà per sempre.

Inatteso fu l’Amore
a scatti verticali
verso il tenue centro.

Il tuo cuore ardente
si poserà sulle mie braci.

Farò della mia storia
la tua rivoluzione.

Farò della mia pelle
il manifesto
dei proclami del cuore.

E’ una predizione.

Rumorosa splenderà
la quiete narrante
del giorno adulata
dalle lacrime
della notte.

Tu concederai vigore ai sensi
nel fulmineo tempo
dell’attesa.

Farò della mie labbra
il tuo trofeo.

Per le memorie canterò
i miei versi al tuo fianco.

In riva al mare d’autunno,
il tuo sorriso innalzerà
ogni cascata.

E in primavera, Amore,
vedrò il tuo sorriso come
il cibo che attendevo,
il fiore bianco, il tulipano
della mia culla sonora.

Farò della mia mano
il tuo legame.

Non vedrò le nuvole.

Molte notti resistono
senza luna, senza stelle.

Così resisteremo noi
nella lontananza.

© Annarita Borrelli
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Childhood Dreams – First Step

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1. La modernità comporta velocità ed estensione.
2. Si arriva in un baleno a tante persone, nei luoghi più diversi e lontani. Ma la poesia ha per sua natura la grazia di darsi ad ognuno, di condurlo nell’altrove della parola destinata a durare e del pensiero che rende chiari e colmi i giorni della vita.
3. Non conosco ancora il giorno. Vivo la notte per abbandonarmi nelle tempeste. E sarà pace solo oltremare.
4. Sei la via della liberazione. Liberaci! Sei il trono della pace. Sognaci! Non sedurre avidamente. Donna! Amaci!
5. Procedi. Ci sarà l’inizio.
6. “Cantara” era la nota più ingorda.
7. Per chi non mi conosce. Abbiate cura dei vostri anelli.
8. Solo nell’amnesia, dinanzi alle distese del vento, soffoca!
9. Come potrei confondermi con chi viene ascoltato?! Solo il futuro mi appartiene, e non è il domani. Sono nata prematuramente postuma e ne soffro per isolamento.
10. Osservo i vostri profili. Penso alle nostre vite.
11. Bisogna implodere per partorire sorrisi
12. In alto non ci sono libri. Ci sono io è ciò che devo ancora scrivere.
13. Abbiate sale in zucca e miele nell’anima.
14. Il sole bianco della Croazia sacra fu come il La Maggiore del mio giorno.
15. Non voglio pubblicare l’anima. Voglio comunicare lo spirito per il travaso nel futuro.
16. Quattordici milioni di anni or sono nacqui nel sacerdozio della materia. Tra quattordici milioni di anni mi trasformerò in un nuovo calendario.
17. La paura del piacere raccomanda la dominazione.
18. Che tacciano gli avanzi del tempo delle ipocrisie!
19. Dicono che i miei aforismi siano lo spurgo della saggezza. Io dico che sono la voce della storia.
20. Il default e’ uno stato volontario.
21. Temo che si legga troppo spesso solo per diletto.
22. Sono la morte incivile nel ricordo. Sono l’anima della battaglia.
23. Il 99% non è sufficiente.
24. Accelerate verso il fondo del dolore! Troverete solo pace di radura! Vi stancherete del dolore per camminare nel sole!
25. Le cose che ci piacciono davvero non sono faticose.
26. Dolore e piacere sono la stessa cosa. Cambia solo il significato.
27. Disumanità e’ tormento. Diversità e’ vittoria.
28. Il resto vigila i resti ed io non posso abbandonare la via.
29. Ho timore del giorno con le sue luci stanche. Preferisco le stelle. E’ notte.
30. Ecce Homo. Quanto ti senti umano?

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1. Modernity implies speed and extension.
2. It comes in a flash to so many people, in different places and far. But poetry has by nature the grace to give themselves to each, to lead him in the elsewhere of the word meant to last and thought that makes clear and full day of our lives .
3. I do not know yet the day. I live the night to leave me in the storms . It will be peace only overseas .
4. Are you the path to liberation. Deliver! Are you the throne of peace. Dream us ! Do not be seduced greedily. Woman ! Love us !
5. Proceed. There will be the beginning .
6. ” Cantara ” was known more greedy .
7. For those who do not know me . Take care of your rings .
8. Only into “amnesia”, before the spread of the wind, suffocates !
9. How could I get confused with who is listening ? ! Only the future belongs to me, and not tomorrow. I was born prematurely posthumous and I suffer for insulation.
10. I observe your profiles. I think of our lives.
11. You have to implode to give birth smiles.
12. At the top there are no books . I am here is what I have yet to write .
13. Have salt in pumpkin and honey soul.
14. The white sun of Croatia was sacred as the Major of my day .
15. I do not want to publish the soul. I want to communicate the spirit for the transfer in the future.
16. Fourteen million years ago I was born in the priesthood of the matter. Among fourteen million years I’ll turn into a new calendar .
17. The fear of pleasure recommends domination.
18. To keep silent about the leftovers of the time of hypocrisy!
19. They say that my aphorisms are the purging of wisdom. I say they are the voice of history .
20. The default is a volunteer state.
21. I fear that we too often read for pleasure .
22. They are uncivilized death in the memory . They are the soul of battle.
23. The 99% is not enough.
24. Accelerate towards the bottom of the pain ! You will only find peace of clearing! You get tired of the pain to walk in the sun!
25. The things we really like are not strenuous .
26. Pain and pleasure are the same thing. It only changes the meaning .
27. Inhumanity and ‘ torment. Diversity and ‘ victory.
28. The rest supervises the remains and I can’t abandon the path .
29. I fear the day with its lights tired. Prefer the stars. And ‘ night.
30. Ecce Homo. How do you feel human?

(…..)

© Annarita Borrelli
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Left-overs War

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Uomo!
E’ guerra
per gli avanzi

Si maschera
si camuffa
nei letamai
affidati
alla strada

Nella gerla
della morte civile
i tuoi occhi
Uomo!
si pentono
per le sciagure
del tempo

La trama è incline
al tuo rifiuto
e nei rifiuti
si abbandonano
le risposte
Uomo!

Vomita
la sventura

Digerisci
Sopporta

Amerai
lo scarto
per la vita
come acido
smaltimento

Evocherai
la pace dei probi
nel tempo
del pane quotidiano

Sostituirai
tutti i denti marci
con le mandorle

Invoca la
clemenza del fato

La sorte
sarà carezza
nel paradiso dei giusti
che ti attende
per la cura

Rifugio nelle lacrime
la tua dannazione

Bruciano
quelle ginocchia

Ma non è dolore

Sarà gaudio e consolazione
la tua irriverenza
Vomita

© Annarita Borrelli
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Darkroom

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Temo la luce che travalica
i seni mentre mi priva
delle tue labbra mia cura

Ho trascorso la notte
in una camera oscura

Tra le tue dita, le mie

Crollavano le ombre
Mancavano i dolori

Solo un avanzo
di muro di spalle
e la tua operosa voglia

Ho diviso le stelle
per ritrovare le tue

Saliva mista al seme
era l’idioma del sorriso

Le carni sono cibo per
l’anima degli amanti

Rosso
era il tempo
senza lo spazio grave
attonito nelle curve
del caso sornione che
pioveva sulle mie guance

Nera
la memoria del giorno
della cruda falda del cuore

Ho trascorso la notte
nel timore della fiele

E non si lacerano
i miei tramonti artici
nel caffè amaro della luce

Concedi indulgenza alle
mie grasse smanie

Nella bramosia saremo
unico seme per la vita

© Annarita Borrelli
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Naked

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Nuda
l’anima in dono
alle mie labbra

Sulla lingua
quelle linee
sono grano duro

Brina
nella tua mano
mi sfiora il volto

Oggi grido
Amami!

Frantuma
la mia voce
nella notte
pregna di stelle
e di levrieri

Il mio verso
arde nei venti

Vivi
il mio sogno
da bambina ultima
stella d’alba
che invoco

Tocco il fuoco
la cenere più fine
il rugoso corpo della legna

Ma ho le mani di carta

La vita
sussurra di notte
come nave verso
la tua isola
che m’attende

La parola è un’ala
del mondo muto e silente
Confonde i codardi

Il fuoco ha freddo
portami nella tua aria

Verrà d’estate
il nostro anello d’oro

© Annarita Borrelli
All rights reserved

Daydreams

Jogjakarta Photo Hengki Koentjoro – Jogjakarta

Sognami
C’ero anch’io su quella riva
Trascinarmi
C’ero anch’io nella tua sabbia
Avida di noi per osservare
quelle fragranti stelle col tuo sorriso in volto
Raccontami
C’ero anch’io in quel sogno primordiale
Leggimi
Il fetido resto non vive per noi
Vivremo noi su di noi per modificare il resto

Corri per avermi contro le nausee della vita
Sarà per sempre

© Annarita Borrelli
All rights reserved

Let it be Tomorrow

gian_lorenzo_bernini_046_plutone_e_proserpina_1621

Oggi siamo dannati alla vita
lascia che sia domani

Solo acqua di sorgente
nelle tuoi palmi
Sei l’impulso armato contro
ogni pensiero amaro

Sei l’arco e l’alleanza contro
ogni falda del reale

Ad ogni colpo è radice
la genesi dell’Eros

Oltre il rammarico dei giorni
subiamo l’attesa come un pugno
Solo erba bagnata tra le dita
a goccia a goccia sulle mie labbra

Oggi siamo i farabutti del perdono
carnefici dell’assoluzione

Lascia che sia domani

© Annarita Borrelli
All rights reserved

Abbandonati

gui Photo © Guillermo De Angelis

Quanto bianco
nella trasparenza

Se alzi lo sguardo ci sono io

Eri nel primo albeggiare

Fuggivi ancora
con le note più care
per abbandonarmi
al pensiero avido
dei tuoi aromi

Ma era il tuo tempo
e invocavi il sole
oltre la siepe
e il tuo fiato nel mio

Cantavi d’amore
e dei suoi misteri

Cantavi la vita
e le sue flessioni

Fuggivi ancora
per timore del rosso

Eri occhi di brace
presagio di speme

Eri acacia colata
che langue e scivola

Abbandonati

© Annarita Borrelli
All rights reserved

Frozen North

Yucel Basoglu
Photo © Yucel Basoglu

Nuvole nere
mi osservano

Nuvole nere
matasse opache

Nuvole crollano
Res tra terra e
vacuo cielo

Nuvole nere
di minacce incolori

Nuvole che
si prolungano

Nuvole
diffuse di
falso cielo
disfatto

Mi interrogo e
mi disconosco

Scrigni incrociati
segni neri
e geometrie

Nero di piano
e solipsismo

Non è sufismo

Timore e avarizia

Dolore
e boati di bianco

Ho solo paura
dei ghiacci del nord

Nuvole nere

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Black clouds
I observe

Black clouds
hanks matt

Clouds collapse
res between land and
empty sky

Black clouds
threats colorless

Clouds
extend

Clouds
widespread
fake sky
undone

I wonder and
I disown

Caskets cross
signs blacks
and geometries

Black floor
and solipsism

Is not Sufism

Fear and greed

Sorrow
and roars of white

I’m just afraid
the frozen north

Black clouds

© Annarita Borrelli
All rights reserved

Le Raccolte di Poesia di Annarita Borrelli

Salve a tutti. E’ disponibile on line anche la mia seconda raccolta di poesie.

Di seguito il link per acquistare i miei due ebook. Nonostante siano raccolte è possibile acquistare anche solo le mie sezioni. Grazie. Saluti.

Hello, There, although the books include more than one author, you can buy only poems written be me, Thanks. Stay Tuned

http://www.poetipoesia.com/autore/annarita-borrelli/

Annarita Borrelli

Annarita Borrelli

Edizioni Pagine - "I Poeti Contemporanei"

Edizioni Pagine – “I Poeti Contemporanei”

Edizioni Pagine - "Sentire"

Edizioni Pagine – “Sentire”

Coming from the future

Vengo dal futuro come una domanda
contro le frodi ed i fucili d’acciaio …
. .. ed il vecchio Mondo é ai piedi delle comete …
Avanti! Avanti!
… contro i borghesi! i santi! le carogne! … e gli assassini!
Perfidi mistificatori!
Denti digrignano, lupi affamati … infami! Rispondete!
Chi fugge a passo svelto sfidando
il ritmo greve e pigro delle nuvole?
… Non Importa … stanchi i vespri
ai fianchi delle spine!
Cieche e timorose folle … radunatevi!
Sarete conseguenza.
Vengo dal futuro come una domanda
nei calici delle menzogne …
Vengo dalle ruote dei carri,
Vengo dalle piogge d’estate,
Vengo dai sapori crespi delle alghe rosse lontane,
Vengo dalle spighe come il pane,
Vengo senza mani al cielo come libeccio al varco
Vengo dal tempio della Terra …
… la vostra dimora, la mia antica stella.
E qui ritorno, perpetua lucente artica silente
tra le braccia della sera
… e attendo il varco del tempo
per tender la mano ai risvegli …
Arrendetevi vivi alle luci del domani! Dolenti scoloriti!
Allontanate i fuochi dalle bocche della prole!
Il desto nemico agita già le sue bandiere
posando le fruste su chi segue zoppicando …
Vuote le strade oh vagabondi!
Schiene piegate al sibilo del vento …
Brucia in petto rabbia sacra … Compagni, badate!
Via da qui! Andremo lontano con passo sovrano …
… ci uniremo al boato della volta celeste
ad ogni tocco d’ali! …
Seguitemi!

© Annarita Borrelli